Gli attacchi di panico

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Di attacchi di panico si parla tanto, nella vita reale, nei film, nei libri. Ma cosa sono davvero? Consistono nella comparsa improvvisa di paura e ansia crescenti, che raggiungono il picco in pochi minuti, durante i quali si possono alternare una serie di sintomi quali, palpitazioni, tachicardia, sudorazione, tremori, dolore al petto, nausea, vampate.

Cosa succede esattamente?  Alla persona sembra di morire, di perdere completamente il controllo, che tutto intorno a sé sfumi, perda di importanza, mentre un'ansia pesante e intensa prende il sopravvento. E' davvero una sensazione annientante, opprimente e anche debilitante. Gli attacchi di panico sono descritti  per la prima volta nella letteratura a metà del XX secolo, come sindrome del "cuore irritabile", mentre Sigmund Freud, nel 1894, coniò il termine di "nevrosi d'ansia" per definire un insieme di quadri clinici caratterizzati da uno stato d'ansia acuta.

Oggi il disturbo di panico (DP)  viene classificato all'interno dei disturbi d'ansia. In genere il DP è seguito da un mese (o anche di più) di preoccupazione persistente di altri attacchi e delle loro possibili conseguenze (come il timore di  impazzire). Il DP può presentarsi in modo inaspettato o atteso. Il primo si riferisce a un episodio dove non esiste un chiaro elemento scatenante, nel senso che il panico compare all'improvviso, di punto in bianco, mentre ci si sta, per esempio, rilassando. Nel secondo, invece, esiste un fattore scatenante preciso, una situazione ansiogena, cioè, che può facilitare l'insorgenza  di attacchi di panico (come volare sugli aerei).

La frequenza e la gravità di questi attacchi sono diverse, si passa da disturbi lievi a quelli molto disturbanti, che influenzano pesantemente la qualità della vita, provocando disabilità sociale e lavorativa. La prevalenza del DP va dal 3 al  5 % negli adulti. Nelle donne è più rappresentato. E' presente anche negli adolescenti  e persino nell'età pediatrica. Diverse variabili sembrano incidere sul DP, prima di tutto  le condizioni temperamentali, quali un'affettività fragile o una predisposizione alle emozioni negative e all'ansia; poi le dimensioni ambientali, come la presenza di eventi stressanti  e, infine, i fattori genetici e fisiologici. Si ipotizza che alcuni geni possano conferire una vulnerabilità per il DP. Vi è anche un aumentato rischio di attacco di panico tra i figli di genitori con disturbi di ansia.

Cosa fare per curare questo disturbo così  faticoso?  Ricorrere a un trattamento farmacologico mirato e a una psicoterapia efficace. Che aiuti la persona a  capire la sua ansia, facendole notare che è presente un disturbo psicologico (e non una malattia diversa). Chi soffre di DP, spesso, infatti, è convinto di avere una patologia fisica, cardiaca o polmonare e fa fatica ad accettare a un supporto strettamente psicologico. Il paziente deve essere rassicurato e contenuto e imparare come durante l'attacco di panico non si corra un rischio reale. Ma che esiste un'ansia profonda, che però può essere gestita, con tecniche di rilassamento particolari.

Insomma, ci si deve affidare a un percorso variegato, che conduca chi soffre di DP non solo a stare meglio, ma a eliminare questi sintomi così fastidiosi dalla propria vita