La depressione post partum

depressione post partum

Il 15% delle donne presenta sintomi depressivi durante la gravidanza. Si arriva fino al 70% se le future mamme hanno sofferto in passato di una depressione e sono state trattate con una terapia farmacologica prima del concepimento. La presenza di questi tratti depressivi costituisce il fattore di rischio primario per uno sviluppo della depressione post partum.

Ma come si caratterizza questo disturbo? Prima di tutto da labilità emotiva, facilità al pianto, insonnia e inappetenza. E ancora: significativa perdita di peso, rallentamento psicomotorio, faticabilità, sentimenti di autosvalutazione e di colpa.

Ne esistono tre diversi livelli: il cosiddetto baby blues, che  compare pochi giorni dopo il parto (in genere entro le prime 4 settimane) e si risolve spontaneamente entro 10-15 giorni. La depressione post partum vera e propria, in cui i segni depressivi rimangono più a lungo, tra le 8 e le 12 settimane successive alla nascita del figlio. In questo caso i sintomi causano un disagio e possono compromettere il funzionamento sociale. Oltre, purtroppo, a influenzare il rapporto con il proprio figlio/ figlia, il suo sviluppo psicologico e  quello dell'intero nucleo famigliare. La depressione post partum colpisce circa il 12% delle mamme.

Più rara, invece (2 donne ogni 1000), ma ben più grave, è la psicosi puerperale, che si manifesta in modo brusco dopo il parto e può provocare  allucinazioni, idee di suicidio, sintomi psicotici, che possono persino attivare violenze contro il neonato (nel 4% dei casi).

Per fortuna si tratta di una patologia molto rara; più frequente, invece, è proprio la depressione post partum, che andrebbe riconosciuta subito e subito trattata. E' necessario evitare che si inneschi una spirale distruttiva, in cui la mamma fatica a entrare in relazione con il neonato, anche per gli ostacoli oggettivi che questo nuovo ruolo comporta. Può non sentirsi, infatti, all'altezza della situazione, non perdonarsi di provare, magari, sentimenti contrastanti verso il proprio figlio, di sicuro molto amato, ma anche temuto, per i limiti che impone. E questo può creare tensione, rabbia, impotenza, fino ad arrivare a veri e propri sintomi depressivi. Che se trascurati, possono solo peggiorare ed essere più difficili da risolvere.

Alla base di questa patologia esiste una famigliarità genetica, un problema di squilibrio ormonale, ma anche una componente squisitamente psicologica. Non è facile diventare madri, la maternità costituisce un ruolo  complesso, con tante sfaccettature.  Essere mamme significa agire da adulti,  essere capaci di gestire una persona che dipende completamente da te. E che restringe la propria libertà e le proprie azioni. Provocando, inevitabilmente una sensazione ambivalente, che andrebbe riconosciuta. Senza retorica e senza problemi.

A volte, in questi momenti, poi, ci si identifica con la propria madre e se il rapporto non era stato risolto in profondità, possono riemergere vissuti bui e angoscianti. In queste dinamiche riveste  una parte fondamentale il padre; molte ricerche hanno dimostrato che dove il neopapà è attivo e capace di aiutare ci sono probabilità significativamente inferiori che la mamma sviluppi una sindrome depressiva.

Ma come si cura? Dipende dalla intensità dei sintomi, per alcune forme basta un supporto psicologico lieve (pochi incontri, dove ridefinire le proprie emozioni). In altri casi, è necessario ricorrere ai farmaci, come nella cura della normale depressione. Magari iniziando parallelamente un cammino psicologico, che sciolga i nodi esistenti, aiuti la neomamma ad affrontare le proprie ambivalenze e  a vivere con più serenità questa fase così importante.