Le ossessioni: come si gestiscono

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Cosa sono le ossessioni? E fino a che punto si possono dire normali? Quasi tutti noi abbiamo provato ad avere pensieri che ricorrono in modo eccessivo o a compiere azioni ripetute con una certa ritualità. Magari per rassicurarci, per sentirci più tranquilli. Quando però le idee ossessive e i comportamenti compulsivi sono così frequenti da disturbare la persona, procurando imbarazzo e determinando un'influenza nella sfera affettiva e lavorativa, si sconfina nella patologia, nella diagnosi del disturbo ossessivo compulsivo (DOC).

Il DOC, un tempo era considerato come un disturbo d'ansia, mentre ora, nelle ultime classificazioni psichiatriche (DSM-5, la "bibbia" della psichiatria), ha acquisito uno statuto autonomo. La sua caratteristica è di occupare il soggetto in pensieri ricorrenti, intrusivi, indesiderati, che determinano un disagio marcato (le ossessioni, appunto, come contare, ripetere delle parole mentalmente), e/o in comportamenti ripetitivi (le compulsioni, come lavarsi le mani di continuo), che il soggetto si sente obbligato a mettere in atto, secondo regole da applicare rigidamente.

Le ossessioni e le compulsioni devono durare nel tempo (più di un'ora al giorno), la protagonista, per esempio, di un bel thriller, "Nell'angolo più buio", di Elisabeth Haynes, trascorre ogni sera, al ritorno a casa, quasi due ore in una serie di rituali di controllo di porte e finestre. E ripete le stesse procedure anche sette o otto volte, fino a essere totalmente esausta.

Il contenuto specifico delle ossessioni e delle compulsioni varia da individuo a individuo, anche se ci sono temi ricorrenti, come quelli della pulizia (terrore di contaminazione), della simmetria (compulsioni a ripetere, ordinare, contare), di pensieri proibiti o tabù (idee aggressive, religiose, sessuali), di danno (timore di fare del male a se stessi o ad altri). La prevalenza di questo disturbo è del 2-3%, con un tasso leggermente superiore per le donne rispetto agli uomini.

Un caso riportato nei manuali riguarda un ingegnere di 45 anni, single, che aveva il terrore di ammalarsi. Per questo motivo, non toccava mai niente fuori di casa; se si avvicinava a qualcosa che riteneva potenzialmente contaminata, si lavava le mani con la candeggina, anche trenta volte al giorno. La relazione con le altre persone era diventata molto problematica, al punto che evitava di fare la spesa e di usare i trasporti pubblici. Trascorreva la maggior parte delle sue giornate a casa, anche se gli piaceva stare in compagnia, per paura di trovarsi costretto a entrare in contatto con qualcosa di "proibito". Se incontrava qualcuno, ripassava mentalmente la conversazione anche 20 volte, perché temeva di dire qualcosa di inappropriato. Insomma, la vita sociale e personale di questa persona si era trasformata in un vero e proprio incubo, in una gabbia, da cui era quasi impossibile uscirne da soli.

Ma si può guarire? Se il DOC non viene trattato, il decorso è cronico, con oscillazione dei sintomi. Con una terapia efficace, si può, invece, eliminare questi fastidiosissimi sintomi. L'approccio più completo è quello di un intervento famacologico iniziale, a cui si affianca una psicoterapia, per aiutare il paziente a riprendere un buon funzionamento della propria vita e a rielaborare il vissuto di questo disturbo.